Storia della mia famiglia in tempo di guerra

Il Partigiano Gek

di Laura Schwarz

Eros Petrella (Gek) con l’autrice in tenera età

A Trichiana, in provincia di Belluno, la famiglia di mia madre ha un piccolo podere gestito da mezzadri: una casa colonica, sul davanti i campi di grano e le vigne del famigerato Clinton, che dà un vinaccio aspro e pesante ma è l’unico vitigno capace di resistere al clima ingrato del posto; dietro la casa c’è un bosco, più in là scorre il Piave, anzi mormora, come i più anziani fra noi ben sanno. Oltre il fiume, le montagne. I contadini del posto vivono di duro lavoro e di litigi – il bellunese ha il più alto numero di avvocati di tutta Italia – e anche il più alto tasso di alcolismo, il secondo forse causa del primo. Le leggende e le superstizioni fioriscono: alle mucche affatturate spuntano chiodi dalle ginocchia, di notte le pentole volano giù per le scale; quando canta la civetta morirà qualcuno, e se è stato malvagio finirà, trasformato in maiale, a urlare fra le anime dei dannati dietro il monte Serva.

Allo scoppio della guerra, mia madre Adriana e mia nonna Antonietta si rifugiano presso i „loro“ contadini. Adriana è bella, viziata e nullafacente; continua la sua vita di città, sempre elegante nei suoi tailleur neri e le scarpe dal tacco altissimo. Vive di arte, poesia e sogni di gloria, ama tutti gli animali, bacia le mucche, coccola le pantegane. Piuttosto esaltata, insomma. Ha già ventisette anni e fra i tanti corteggiatori non ha ancora trovato quello giusto.

Adriana, mia madre

Fra il ’41 e il ’42 in paese compare una strana combriccola di „terún“, di magnasaón, insomma quelli delle terre ballerine: tanti fratelli, di tutte le età, a canne d’organo. Hanno lasciato Roma perché con la guerra la vita in città si è fatta sempre più difficile, così seguono le loro due cameriere, originarie di Trichiana, che tornano a casa perché male che vada, in campagna si trova sempre da mangiare. Il papà è in guerra, la mamma in un primo tempo resta a Roma. Adriana ne è affascinata, incuriosita e li ricorda così: Alma, ventun anni, è la più grande, forse non bella ma piena di brio, la figura sottile, gli occhi vividi e la battuta sempre pronta. Eros, il secondo, diciannove anni, è un ragazzo smilzo e scuro come un marocchino, fitti capelli crespi e sorriso accattivante; ama la letteratura e il teatro, come lei è pieno di sogni e di sentimento. Ad Adriana ispirano tenerezza il suo cappottino striminzito, la sua giovinezza –– ma quello che la conquista è che riesce a farla ridere. Nei racconti di Adriana gli altri fratelli rimangono sullo sfondo, troppo grande la differenza d’età; di Marisa ricorda la freschezza della carnagione e i bei colori, di Silvia il bel viso „slavo“. Quei bambini poveri e trascurati le fanno pena. Più tardi si affezionerà a Mario, „così bello e pieno di charme“, l’unico della famiglia Petrella – insieme con il nonno – di cui in seguito non avrebbe mai parlato male.

I romani vanno ad abitare a Cavassico, una frazione della già minuscola Trichiana, in una casetta contadina dal tetto spiovente e il ballatoio di legno, immersa nel verde. Si dice che sia abitata dagli spiriti. Fa un freddo cane, Eros legge fino a tardi rannicchiato nel suo cappottino, un topolino viene ogni notte a spiarlo. Il gabinetto è fuori, oltre il cortile – ma chi ci va, con quel freddo? Si usa il vaso da notte, il cui contenuto viene gettato regolarmente dalla finestra sul letamaio: alla fine dell’inverno, girando dietro alla casa, si scopre che, butta una volta e butta l’altra, un grande arco di ghiaccio giallastro si è formato dalla finestra al terreno. Tanto era il freddo che faceva.

Il freddo, la guerra e l’incertezza del futuro non intaccano l’allegria e la voglia di vivere di Alma, Eros e Adriana. I due romani fanno presto amicizia coi giovani del posto e diventano addirittura gli animatori del gruppo: Alma sa cantare con la vocina esile e affettata che va di moda, Eros si traveste da feroce Saladino, paludato di stracci, con lo scolapasta in testa nei cui buchi ha infilato spaghetti crudi: accanto a lui un’odalisca velata in posa sensuale (Alma? Adriana?). Così appaiono in una vecchia fotografia che non so più dove sia finita. Si organizzano scherzi feroci: un giorno Alma prepara una gran torta e la porta a una festa – ma Eros l’ha svuotata dal fondo, e quando lei tutta tronfia e raggiante va a tagliarla quella si affloscia miseramente, fra la costernazione di Alma e l’ilarità dei presenti. Adriana abbandona la sua abituale sostenutezza e, complice più di un bicchiere di vino, ride e ride finché non si fa la pipì addosso, e questo le succede spesso. Tra risate, bicchieri di vino e scherzi, qualcosa di molto forte deve essere successo fra Eros e Adriana su un certo ponte, perché ancora anni dopo, tutte le volte che passano su quel ponte si baciano – invece di fare a cazzotti come al solito.

Adriana ed Eros

Nel piccolo paese l’unico segno della guerra è il rombo ininterrotto dei bombardieri alleati in volo verso la Germania; guerra che intanto volge al peggio per le potenze dell’Asse. I soldati italiani, mandati allo sbaraglio impreparati, male armati e con le scarpe di cartone subiscono enormi perdite su tutti i fronti, mentre nelle fabbriche del nord, fra gli operai sottopagati, affamati e delusi dagli esiti della guerra cresce il malcontento; nel marzo del ’43 cominciano i primi scioperi. Il 9 luglio gli angloamericani sbarcano in Sicilia. Il 25 luglio Mussolini viene costretto a dare le dimissioni e imprigionato. Ma „la guerra continua“. E continuerà ad andare di male in peggio.

I giovani contadini mietono il grano, trebbiano, portano al pascolo le mucche come ogni estate, la sera vanno all’osteria, ma in cuore covano la ribellione e l’odio per il „todesco“, per l’alleanza innaturale con il nemico storico, con l’oppressore austro-ungarico di cui hanno ancora fresco il ricordo. Del resto, che ci sta a fare lì a due passi il Piave, se non a mormorare incessantemente „non passa lo straniero“? Guai ad avere a che fare con un bellunese incazzato. I paesani cominciano a intrufolarsi nel presidio tedesco e, con il pretesto di aiutare a pulire le armi riescono a sottrarne parecchie.  Fra loro c’è anche Eros, che è magro come un chiodo ma si mette addosso maglie magliette e maglioni fino a diventare grosso il doppio per occultare il bottino, e ogni sera si porta via una pistola o una bomba a mano, o una granata. Eros ama lo sport e le armi, ha praticato la scherma e sa sparare; a Roma ha lasciato una vetrina dove pendono ben allineate le sue carabine e i suoi fioretti, e ancora gli brillano gli occhi quando lo racconta.

Il fascismo ha incoraggiato, anzi costretto un’intera generazione, fra marce, adunate e squilli di tromba, a un’attività sempre al confine fra sport e guerra. Il Duce va a cavallo, è sempre in divisa o a torso nudo, sbruffoneggia dal balcone, minaccia di spezzare le reni a questo e a quello; insomma, sprizza testosterone a destra e a sinistra, e le donne vanno in deliquio. Ai giovani, la propaganda e il testosterone di cui abbondano fa sognare le imprese eroiche, le terre esotiche, le conquiste imperiali e, non ultimo, il riposo del guerriero: faccette nere, cocottine del Pireo e belle indù con cui fare, secondo la canzone omonima, „ziki-paki – ziki-paki- zikipù“.

Conseguenza della mala educacion, a tredici anni Eros scappa di casa con un amico per imbarcarsi e andare a combattere in Etiopia, ma ben presto viene riacchiappato. Non so come è stato accolto al ritorno… la nonna Giovanna doveva essere un tipetto energico, e svelta di mano, dicono. Insomma, in Eros una certa inclinazione guerresca c’è, come anche un discreto addestramento: Mussolini ha allevato un corvo che gli bucherà gli occhi.

All’inizio di settembre i contadini portano fuori dalla stalla il Moro, il grande cavallo nero, e lo agganciano al carro su cui hanno caricato i tini per la vendemmia: è il periodo più bello dell’anno. La luce è calda e mite, le donne con i fazzoletti colorati in testa sono in piedi sul carro che avanza lentamente tra i filari, i grappoli volano nei tini.

Intanto gli angloamericani, sbarcati in Sicilia, avanzano verso il nord, i tedeschi si ritirano. L’8 settembre viene resa pubblica la firma dell’armistizio, in realtà la resa incondizionata dell’Italia. All’alba del 9 settembre il re, il capo del governo con due ministri, i membri della corte e molti generali fanno fagotto e si rifugiano a Brindisi. Per formare un governo in un luogo sicuro, dicono. Peccato che nella fretta abbiano dimenticato di dare una qualunque direttiva alle forze armate, ai ministri rimasti, al popolo bue. La stessa formulazione dell’armistizio lascia largo spazio alle interpretazioni e alle inclinazioni personali. L’esercito sprofonda nel caos: chi si arrende ai tedeschi, chi li combatte, chi getta la divisa alle ortiche e cerca di cavarsela come può.

I tedeschi invece, efficienti come sempre e ben intenzionati a farla pagare all’alleato traditore, non perdono tempo e occupano mezza Italia; annettono al Reich le province di Belluno, di Trento, di Bolzano e il Friuli-Venezia Giulia; attuano rappresaglie fucilando a più non posso, prendono prigionieri ufficiali e soldati che spediscono nei vagoni piombati verso i campi d’internamento in Germania. È da sottolineare che i militari italiani catturati non hanno la qualifica di prigionieri di guerra – quindi protetti dal diritto internazionale – ma di internati, con un ben più duro trattamento, tra cui il lavoro forzato.

Il papà di Eros – che i figli chiamano Babbo – è un maggiore di fanteria, mutilato della prima guerra mondiale, ha perso una gamba sul fronte dell’Isonzo. In licenza dal fronte greco, alla fine di agosto si prepara a tornarvi. È stato a Roma, dove nei ministeri e fra le gerarchie militari circola già la voce di una resa imminente. La moglie Giovanna lo scongiura di non partire ma non riesce a trattenerlo, lui è ligio al dovere. Il 2 settembre prende la tradotta da Trieste. Povero Babbo, perché non hai dato retta a tua moglie? Il 9 settembre, a pochi chilometri da Atene, i tedeschi bloccano il treno, prendono prigionieri i militari e li spediscono in Germania nei vagoni piombati.

Mentre Hitler fa liberare Mussolini e lo mette a capo della Repubblica Sociale Italiana – un governo fantoccio che ha il compito di governare le zone occupate – in tutto il Nord Italia si formano spontaneamente nuclei di lotta partigiana. Sono formati da socialisti, cattolici, liberali, ufficiali antifascisti; pieni di buona volontà ma disorganizzati e privi di armi.

Eros è uno di loro. Da ragazzino spesso ha visto Babbo, in cuor suo socialista, chiudersi in una stanza con il dottor Berilli per sfogarsi raccontando barzellette contro il regime; che nel fascismo c’è qualcosa che non va l’ha fiutato già in famiglia. A diciassette diciott’anni, dimostrando già di amare la libertà, scappa di casa per sfuggire a una madre dominante e impicciona – per troppo amore, s’intende – e si mette a fare il rappresentante di inchiostri, ma con scarso, scarsissimo successo. Un giorno, mentre siede sconsolato su una panchina, la valigetta col campionario gli casca a terra fracassandosi. Decide così di considerare chiusa l’esperienza e torna a casa. Si giunge quindi a un compromesso: andrà a continuare gli studi all’Aquila, lontano dalle amorevoli grinfie materne. Lì in provincia, dove la censura è meno attenta, i professori – sia pure con prudenza – lo educano alla discussione, a esercitare il senso critico, gli insegnano ad amare la letteratura e il teatro. Ne riporterà una buona cultura, sentimenti democratici e un bagaglio di belle citazioni che gli serviranno per far colpo su Adriana. Rimarrà legato alla sua classe per tutta la vita.

All’indomani dell’armistizio, elementi di tutti i partiti antifascisti fondano il Comitato di Liberazione nazionale, che avrà il compito di dirigere la lotta partigiana. Fra tutti spicca, per consistenza numerica e forte coesione il Partito comunista, che subito dà vita a un’organizzazione militare, le Brigate Garibaldi, in cui la preparazione ideologica non è meno importante della lotta armata, giacché per i comunisti la liberazione è solo il primo passo verso il socialismo. A questo scopo vengono nominati i commissari politici, combattenti anche loro, che oltre a svolgere compiti organizzativi e di controllo devono spiegare ai partigiani la dottrina del marxismo-leninismo.

Eros si arruola nelle Brigate; col parabellum in spalla, il fazzoletto rosso al collo e il nome di battaglia, Gek va in montagna. Siccome è l’unico della sua banda che ha studiato, in seguito verrà nominato commissario politico.

Gek (a sinistra) con Aldo Palman, medaglia d´argento al valore.

Trichiana si schiera compatta contro i tedeschi e i repubblichini, tanto che i trichianesi, da soli, formeranno un intero battaglione, il „Manara“. In ogni casa c’è un uomo che prende la via della montagna: chi per odio verso l’occupante tedesco o per convinzione politica, chi per sfuggire all’arruolamento forzato nella repubblica di Salò, dove per la diserzione c’è la pena di morte, chi per scampare al reclutamento coatto nell’organizzazione Todt, che costruisce strade e fortificazioni per i tedeschi. Le loro figlie, le fidanzate e le sorelle salgono per i sentieri di montagna portando viveri e coperte sui carri del fieno, in bicicletta o a piedi con le gerle pesanti sulle spalle. Portano i pantaloni – impensabile per le donne di allora svolgeranno mansioni di collegamento e di approvvigionamento, combatteranno a fianco degli uomini e, come loro, molte saranno torturate, deportate o uccise. L’osteria del paese, gestita dalla famiglia Palman, diventa un punto di riferimento per tutte le attività clandestine, un punto d’incontro per i partigiani che scendono a valle. Lo fanno abbastanza spesso, nell’autunno del ’43: le montagne sono a un tiro di schioppo e le azioni militari sono in prevalenza limitate all’assalto dei presidi tedeschi per impadronirsi delle armi. Gek ha tempo per incontrarsi con Adriana.

„Se hai sigarette possiamo vederci stasera“ gli scrive lei. Gek pur di vederla le sigarette le trova, c’è da scommetterci. Non consideriamola un’approfittatrice: ha cominciato a fumare a undici anni, le sigarette per lei sono un bisogno vitale; ma ancora più importante, non confesserebbe mai un cedimento sentimentale, non scriverebbe mai „ho voglia di vederti“ perché è orgogliosa e ha paura di essere ferita. Questo studente romantico e straccione la disorienta con la sua insolenza: abituata all’adorazione, non crede alle sue orecchie quando lui le dice „il bianco dei tuoi occhi è giallo“. Eppure, la bellezza dei suoi occhi è famosa in tutta la provincia, e oltre!

Che cosa unisce questi due individui così diversi? L’amore dice lui. La guerra dice lei. Lui ha vent’anni, è un ragazzino. Lei a ventotto è già una donna fatta. Lui è del sud, lei del nord. Lui è progressista ed ecumenico, lei conservatrice e razzista. „Gli italiani si dividono in nordici e sudici“, ama ripetere. Lui è impegnato politicamente, lei è antifascista sì, ma da un punto di vista squisitamente estetico: la volgarità berciante di Mussolini e l’abbaiare isterico di Hitler la disgustano. Integerrima lei stessa, ammira i tedeschi integerrimi e disprezza gli italiani, pecore senza carattere che, proprio a Belluno, alla fatidica domanda del dittatore „Burro o cannoni?“ belano entusiaste „Cannoni!“ andando così incontro a una guerra che sarà la loro rovina.

 Gli inverni sulle montagne del Bellunese passano senza azioni di rilievo, fra acquazzoni, nevicate e nebbie che rendono i sentieri impraticabili. I partigiani dormono nelle malghe, in tende nel profondo del bosco, nei casolari abbandonati o messi a disposizione da proprietari volonterosi. Gek, nella sua funzione di commissario politico, legge ai compagni infreddoliti il Manifesto comunista e spiega la teoria del plusvalore. Ma cosa ne sa lui, del marxismo-leninismo? Quando era studente, in biblioteca aveva chiesto di leggere il Capitale, ricavandone soltanto una severa ammonizione; adesso, ben rifornito di materiali di propaganda, studia e si prepara. I suoi allievi sono contadini, sanno appena leggere e scrivere e pochi hanno una posizione politica, ma lui sa parlare alla gente semplice e loro, che sono svegli, afferrando immediatamente il nocciolo della questione arrivano alle conclusioni, a quello che Gek chiama „il comunismo della mezza vacca“: „Ti te gà na vaca. Bon?  Mi no gò nisuna vaca. Bon! TI TE ME GÀ DA DAR MEZA VACA!!“ Segue bestemmia.

  Col disgelo riprendono e si intensificano le azioni partigiane, e con loro le durissime rappresaglie tedesche, che però sortiranno l’effetto contrario a quello sperato: dai paesi distrutti, dalle case bruciate, dalle famiglie decimate, sempre più uomini e donne si uniranno alla lotta armata.

I più accaniti e pericolosi sono gli altoatesini: pericolosi perché capiscono l’italiano, accaniti perché covano rancore per l’annessione seguita alla Prima guerra mondiale e l’italianizzazione forzata subita sotto il fascismo. Ben felici di essere arruolati nella Wehrmacht, irrompono nelle case a caccia di partigiani, al minimo indizio fanno uscire tutta la famiglia e incendiano la casa. Bruciano interi paesi: in mezzo ai campi di grano e di patate ardono le casette di legno di Fregona e Feder, Tabiadón, Garés e Tegosa. A Caviola radunano tutti gli abitanti – venti o trenta persone – al centro del paese, piazzano le mitragliatrici e li massacrano.

Una mattina la mamma di Gek e la sorellina, che si chiama anche lei Adriana, affacciandosi sulla piazza vedono un drappello di tedeschi. Hanno con sé due ragazzi del paese e ora si stanno dirigendo verso la casa. Uno dei due è Gek. La sua stanza è piena di materiali di propaganda; a rotta di collo Giovanna e Adriana corrono su e ficcano tutto nella stufa, ma non fanno in tempo ad accendere il fuoco che due soldati sono già nella stanza e si guardano intorno, guardano la stufa. Uno di loro nota la foto di Babbo. Chi è, chiede. È mio marito. E dov’è? È prigioniero di guerra, in Germania. È un ufficiale. Sotto lo sguardo attonito delle due donne i soldati fanno il saluto militare, sbattono i tacchi e se ne vanno. Per oggi sono salve loro, la casa e Gek.

La morte diventa una faccenda quotidiana. I partigiani assaltano camion di rifornimenti, tagliano linee ferroviarie, attaccano i presidi militari. I tedeschi e le brigate nere per rappresaglia impiccano più che possono; i cadaveri dei partigiani penzolano dai lampioni e dagli alberi, talvolta sospesi a pochi centimetri da terra, tanto per fare presto e con poca fatica. Sul petto hanno un cartello con su scritto BANDIT, un soldato gli monta la guardia perché, monito alla popolazione, restino esposti il più a lungo possibile.

Gek (terzo da destra) legge l’orazione funebre per i partigiani caduti

Quasi ogni giorno i cortei funebri si snodano per i viottoli di campagna e si raccolgono nei modesti cimiteri dei villaggi. È gente poveramente vestita a lutto, hanno i visi contratti e lividi per il dolore e per il vento gelido che trapassa i cappottini consunti. Gek legge l’orazione funebre. C’è il prete, ci sono le suore con le bambine del collegio. Una bambina bionda regge la bandiera; fra tutte le bambine del collegio scelgono sempre lei per farlo, perché è la più bella. È stanca, ha freddo, non ne può più di tutti quei funerali. La vita nel convento è amara: tutti i giorni si alza alle cinque e si sciacqua solo un po‘ il viso con l’acqua gelida; spesso per punizione deve lavare i pavimenti, in ginocchio, con l’acqua fredda e la spazzola. Ha solo sei anni e si deve prendere cura della sorellina di quattro che è in collegio insieme a lei. Le suore sono cattive e piene di acredine contro tutto il mondo, picchiano sodo e puniscono a tutt’andare. La domenica è sempre invitata a pranzo da una famiglia amica, dove potrebbe finalmente avere qualcosa di buono da mangiare e un po‘ d’affetto, ma lei non ci va perché ha paura delle ritorsioni delle suore, che quella famiglia la odiano e ne dicono tutto il male possibile. Così passa le domeniche nel convento, da sola. Quella bambina che a ogni funerale regge la bandiera si chiama Silvia, è una sorellina di Gek.

Silvia

C’è da meravigliarsi se Gek, dopo aver visto morire tanti compagni prende gusto a uccidere? Un giorno, mentre se ne sta imboscato con gli altri in cima a una collina, vede salire una brigata di camicie nere. Salgono in ordine sparso, baldanzosi e ben pasciuti, senza sospettare alcun pericolo, hanno gli stivali lucidi e i baschi neri con il teschio bianco. Quel teschio bianco è un bersaglio ideale, meglio del tiro a segno! Sotto il fuoco dei partigiani animati dall’odio per il nemico ma forse anche dalla promessa di quei begli stivali lucidi, i repubblichini cadono ad uno ad uno „come i birilli“ racconterà Gek ancora anni dopo, ridendo sotto i baffi. Alla fine, oltre alla soddisfazione di aver vendicato i compagni morti, ai partigiani laceri e con le scarpe rotte restano armi, stivali e qualche orologio.

Le azioni dei partigiani si susseguono diventando sempre più ardite e le rappresaglie tedesche sempre più efferate. I partigiani cercano, con numerosissimi attentati, di tagliare le vie di comunicazione tedesche fra la pianura veneta e il Brennero. Per questo Gek, in una notte che immaginiamo senza luna scende sul greto del Piave, pressa bene la massa di esplosivo al plastico in un pilone del ponte di San Felice, piazza il detonatore, accende la miccia e se la dà a gambe. Su quel ponte passa la strada provinciale verso il Cadore e il Brennero. Chissà se la sua bella Adriana, che abita a un passo da lì, ha sentito l’esplosione.

Oltre il ponte si erge un’alta roccia rossastra e la strada la costeggia piegando bruscamente a sinistra. Di lassù si gode un panorama stupendo sull’ampio greto bianco del fiume, sulle sue acque verdi e azzurre e su tutta la valle; lassù Gek e Adriana, che pure non sanno se domani saranno ancora vivi, sognano di costruirsi un giorno una casa. Sotto quella roccia che sembra sporca di sangue una mattina di luglio i tedeschi hanno catturato e trucidato undici partigiani. „E le madri in paese sentivano le urla dei figli massacrati“, ricorda Adriana. Mia madre aveva un grande talento per il racconto noir, in cui le parole contavano quanto le pause, e aveva le narici tagliate un po‘ alla Dracula che fremevano al ricordo; tanto che io da bambina, passando in macchina sul ponte, evitavo sempre di guardare quella roccia, da cui mi immaginavo pendessero brandelli umani infilzati su uncini, pezzi di carne sanguinanti come in macelleria. Un giorno l’ho trovato, il coraggio di guardare: c’era solo una piccola corona d’alloro, secca, appesa in alto.

Il ponte di San Felice

Beh, anche i partigiani non sono degli angioletti, se catturano uno o più tedeschi, uno o più fascisti, è una gara per „coparli“ nel modo più adatto – portarseli dietro come prigionieri? Figurarse! Già loro stessi non hanno da mangiare! Così, per „tirarli giù dalle spese “, i parsimoniosi suggeriscono il piccone (le pallottole sono preziose), i giocherelloni propongono di metterli stretti uno dietro l’altro per vedere quanti se ne possono far fuori con un colpo solo. L’umanista Gek ha un bel da fare da una parte nel trattenerli, dall’altra nel credere ancora nella bontà della natura umana. Spesso, forte della sua eloquenza e del prestigio di persona „studiata“ riesce a ricondurli a più miti consigli; in un caso ci guadagna pure un bel binocolo in una custodia di cuoio giallo, che ancora molti anni dopo conserva in un cassetto della sua scrivania: glielo regala un ufficiale austriaco che Gek riesce a sottrarre a una barbara esecuzione, inviandolo ai Comandi come prigioniero. Forse Gek si è prodigato tanto per salvarlo perché distingue fra austriaci e tedeschi: gli uni umani, gli altri crudeli e spietati.

Con le spie il trattamento è ben diverso, perché una spia fa più danni di un nemico in armi; tradisce e denuncia sotto tortura, per aver salva la vita, ma anche per motivi futili, per rancori personali o per faide di famiglia – un paletto di confine spostato, una promessa di matrimonio non mantenuta – o per invidia. Per gli stessi motivi si può venire accusati ingiustamente di esserlo. Bisogna quindi appurare la verità sottoponendo l’accusato a interrogatorio. La sedia su cui deve sedere la presunta spia ha le gambe davanti molto più corte: sembra una cosa da niente, ma resistere per ore e ore in quella posizione è di per sé una tortura vera e propria. Ci sono anche ulteriori metodi per invogliare ad essere sinceri, ma nessuno ama parlarne. Finito l’interrogatorio, accertata la colpevolezza, la spia viene rilasciata, è libera di andarsene, ma fatti due o tre passi fuori dalla capanna viene freddata da un colpo di pistola alla nuca.

E Adriana, che di sicuro l’esplosione l’ha sentita, anche se per dormire si benda gli occhi e le orecchie con una sciarpa, Adriana non si preoccupa per Gek, che sta via per giorni e settimane, mentre in giro non si sente parlare d’altro che di impiccagioni, rastrellamenti e scontri a fuoco? No, lei non dà segni d’ansia, ride, facendo il gesto di buttarsi qualcosa alle spalle: ma no, lui se la cava sempre! Con la salute che ha e il suo carattere! Tutto gli passa sopra come se fosse acqua… Gek non è lusingato da questi apprezzamenti, un po‘ ne soffre. È vero che tende a buttare tutto sullo scherzo, a tenersi dentro la paura e la sofferenza, ma vorrebbe che lei capisse cosa c’è sotto questi atteggiamenti, senza doverne parlare…

Per lei, invece, ci sarebbe da preoccuparsi! È sempre stata troppo sensibile, delicata, cagionevole. In più, da qualche mese verso sera l’assale una febbricciola, un malessere che non sa definire… Tutto è cominciato in un caffè di Feltre: all’improvviso ha sentito un forte schiocco e si è sentita mancare; sicuramente una fattura, lanciata da una rivale sconfitta o da un corteggiatore respinto. Del resto, fra le linee della sua mano c’è quella della jettatura. Da allora per tutta la vita soffrirà di malesseri e magagne di cui nessun medico riuscirà a scoprire la causa.

Dopo il parziale sfondamento della linea gotica, nel settembre del ’44 l’offensiva alleata subisce un rallentamento, e in ottobre la campagna estiva è dichiarata chiusa. Il generale Alexander, comandante supremo delle forze alleate, con il proclama del 13 novembre esorta i partigiani a sospendere la lotta per riprenderla in primavera. Gli alleati concepiscono la lotta partigiana solamente come supporto all’avanzata delle loro armate verso l’Austria e la Germania dopo lo sfondamento delle linee nemiche, cosa che ormai si prospetta lontana; per di più nutrono una notevole diffidenza nei confronti delle brigate comuniste -che costituiscono la maggior parte delle forze partigiane- quindi i lanci di armi e approvvigionamenti sono praticamente nulli.Lo sconforto e la certezza di essere stati traditi si diffondono fra le brigate, molti abbandonano, molti si arruolano nella Todt, giusto per avere da mangiare e da dormire in attesa della primavera.

Altri, come Gek, decidono di restare in montagna: si ritirano nel profondo dei boschi, negli anfratti fra le rocce, dormono in buche scavate nel terreno e fanno la fame ma continuano la guerriglia. Li chiameranno i „partigiani dei due inverni“. L’inverno del ’44 è il più gelido e spietato a memoria d’uomo, perfino per i bellunesi, montanari tosti che alle avversità della natura sono abituati. La liberazione appare sempre più lontana e il futuro sempre più incerto, mentre i tedeschi approfittano della tregua per intensificare i rastrellamenti. I partigiani soffrono il freddo e la fame, dipendendo per la loro sopravvivenza solo da quello che riescono a racimolare le staffette e da qualche offerta più o meno spontanea dei contadini, che però non hanno più molto da dare: i tedeschi hanno tagliato i rifornimenti provenienti dall’esterno della provincia e per di più comprano i prodotti locali pagando in moneta sonante, mentre i partigiani possono offrire soltanto una carta che attesta il debito, da riscuotere dopo la fine della guerra. Dopo la fine della guerra? Figurarse!

Un giorno, per lo sparuto gruppetto di Gek e i suoi compagni arriva una bella notizia: un contadino è pronto a dare ai partigiani una botticella di vino, da andare a prendere in un villaggio chissà dove. Gek si fa accompagnare da un compagno, un omone robusto e taciturno. Prelevata la botticella, che tanto piccola non è, l’omone se la carica in spalla senza il minimo sforzo e riprende il cammino, lui davanti di buon passo, più taciturno che mai, e Gek dietro armato che gli copre le spalle. Solo quando stanno per arrivare Gek lo sorpassa e si gira per dirgli qualcosa: allora si accorge che l’omone ha infilato un tubicino in un foro della botte, l’altra estremità ce l’ha in bocca e si va succhiando beato il Clinton.

Comunque ne rimane abbastanza per tutti, per una volta si fa festa, si dimenticano la fame e il freddo e si canta. I partigiani cantano spesso, per farsi coraggio, per scaldarsi le membra e il cuore; con il materiale di propaganda vengono perfino distribuiti dei foglietti con i testi, e le loro canzoni sono innumerevoli: le belle melodie della montagna, che di vetta in vetta circolano tra le Alpi orientali e i Balcani, i canti struggenti della prima guerra mondiale e le canzoni eroiche della rivoluzione russa: „,Fischia il vento, infuria la bufera…“, „La Guardia Rossa“, “ O vile guardia bianca / che i comunisti mandi alla tortura/ non è il coraggio che ci manca/ ma è la mitraglia che ci fa paura“ (qui l’ultimo verso, davvero poco eroico, deve essere stato cambiato da Gek, è nel suo stile). „Bella ciao“ no, non la conoscono neanche. Animati dal Clinton e scaldati dal sol dell’avvenire, i partigiani cantano in coro, saziandosi a pieni polmoni della buona aria delle montagne, che i tedeschi non gli possono requisire né i contadini avari gli possono negare; canta l’omone non più taciturno e canta Gek, con la sua bella voce di tenore, le canzoni che avrebbe cantato ancora per anni dopo la guerra, prima che Adriana o la vita stessa gli facessero passare per sempre la voglia di cantare.

Più nero della mezzanotte non può venire, dicono i napoletani, che di sciagure se ne intendono. I partigiani, dopo il nerissimo inverno del ’44, cominciano a vedere un filo di luce all’orizzonte: il generale Clark subentra al generale Alexander nel comando delle forze alleate e, in vista dell’offensiva di primavera, con i lanci paracadutati cominciano a piovere sui partigiani armi, equipaggiamenti e provviste in abbondanza.

I tedeschi e i repubblichini schierano in campo forze tuttora ingenti, ma le sorti del conflitto mondiale volgono a favore degli alleati, che ormai avanzano ovunque in Europa; la demoralizzazione e lo sbandamento si diffondono fra le truppe e nei comandi nemici. I tedeschi si preparano alla ritirata; sarà una „ritirata combattente“, che dovrà causare più danni possibile, infierendo anche sui civili; compito dei partigiani è impedirla o quanto meno ostacolarla, tagliando le vie di fuga verso il Brennero e l’Austria.

Con il paracadute atterrano anche agenti inglesi: il loro obiettivo è raggiungere l’armata di Tito in Slovenia, facendosi guidare dai partigiani italiani attraverso le montagne. Una volta il compito tocca a Gek; l’accoglienza degli jugoslavi è calorosa: per fare amicizia e forse per vantarsi gli raccontano di stragi, stupri e torture, esibendo baldanzosi i sacchetti pieni di occhi strappati ai nemici. Orripilato, nonostante i cordiali inviti a restare, Gek lascia l’accampamento e si rimette subito in cammino, giurando di non metterci più piede.

Con l’arrivo della primavera e degli aiuti angloamericani, la lotta riprende quindi a pieno ritmo: i partigiani, ben equipaggiati e ora più numerosi interrompono ferrovie, strade e ponti, assaltano camion e colonne militari; i tedeschi e i repubblichini impiccano, incendiano, fanno strage di civili; ora, dotati di mezzi leggeri, possono eseguire i loro rastrellamenti lungo le piste di montagna, costringendo i partigiani a trovare rifugio in zone sempre più impervie.

La mattina del 7 marzo 1945, al poligono di tiro di Belluno, i tedeschi trovano due cartelli con la sagoma di Hitler circondata da un cerchio rosso e la scritta in tedesco maccheronico „Ziglkt gut“, mirate bene. Resi poco avveduti dal furore – il terreno intorno è minato – i tedeschi corrono a rimuoverli. Nell’esplosione, quattro fra ufficiali e soldati restano uccisi, altri quattordici sono feriti gravemente, quattro dei quali moriranno poi in ospedale. Il 10 marzo, per rappresaglia, i tedeschi – anzi, gli altoatesini del reggimento „Bozen“ – torturano e impiccano dieci partigiani prelevati dal carcere di Belluno e portati su un’altura in vista della città, il Bosco delle Castagne. Ne avrebbero voluti cinquanta, ma così tanti in prigione non ce n’erano.

Il 15 marzo a Belluno, in piazza Campedel, una pattuglia di partigiani assale un gruppo di fascisti, uccidendone uno e ferendone un altro che morirà poco dopo. I fascisti pretendono venti partigiani da impiccare per rappresaglia, ma il direttore del carcere di Belluno ne concede solo quattro, non stimando il valore della vita di un fascista così alto come quello di un tedesco. Dopo un processo farsa, il 17 marzo i quattro vengono impiccati ai lampioni della piazza. Il vescovo di Belluno sopravviene di corsa, ma troppo tardi per scongiurare l’esecuzione. Si fa portare una scala e l’Olio Santo, sale da ognuna delle vittime, la bacia in fronte e le dà l’estrema unzione. Le salme restano esposte per venti ore. Un ragazzo accorso più tardi riconosce fra i morti suo cugino, e vede i soldati tedeschi in bicicletta fare la gimkana fra i lampioni, portando in canna ragazze allegre e vistosamente truccate; una di loro, passando e ripassando, si diverte a tirare i pantaloni degli impiccati.

Capita che Gek per un periodo si debba nascondere, così si trova a passare ventitré giorni in una casupola in fondo a un cupo vallone di montagna, da solo, con l’unica compagnia di un branco di galline. Tranne scrutare i boschi e la valle sottostante in vista di qualche pericolo, non gli resta altro che osservare le galline: come beccano, come improvvisamente partono di corsa senza una meta o un motivo apparente, fermandosi poi di colpo a becchettare svogliate, come repentinamente si accapigliano e subito smettono, come parlottano fra sé e si guardano intorno con l’aria più stupida del mondo, perennemente affaccendate e inconcludenti.

Ha molto tempo per pensare agli ultimi mesi: si è abituato al gelo, alla fame – alla paura no, a quella non ci si abitua. Ha visto morire compagni, spie, tedeschi e fascisti. E anche lui ha ucciso, certamente. Senza un brivido, come una cosa ormai normale, come un lavoro sporco ma inevitabile. Solo una volta si è sentito gelare il sangue nelle vene: camminava spingendo davanti a sé una spia che doveva essere eliminata. Gli ha sparato un colpo alla nuca, ma quello invece di cadere si è girato e, fissandolo con gli occhi sbarrati, gli ha chiesto „Ma che fai?“ ed è stramazzato. La pistola era una 6,35, un calibro troppo piccolo per uccidere sul colpo.

Ogni tanto una staffetta sale fin lassù a portargli da mangiare e le ultime notizie. Il cibo è poco, una volta addirittura solamente un sacco di pere; ma non importa, Gek è contento lo stesso, delle pere ma soprattutto della compagnia, e …non manca di mostrare la sua gratitudine. Siccome prende tutto dal lato buono ed è abituato a far tesoro delle proprie esperienze, dirà poi che questi lunghi giorni gli sono serviti per poter confermare la fama di stupidità delle galline. Le staffette invece sono intelligenti e anche carine, specialmente una.

Adriana deve affrontare anche lei le asprezze della guerra: se nei primi due anni poteva ancora sfoggiare scarpette di serpente, ora diventa difficile trovare un paio di scarpe qualsivoglia; ma Gek, che conosce il territorio e sa farsi amica la gente, viene a sapere di un paio di tomaie a Sedico, le suole forse a Polentes. Innumerevoli sono le corse in bicicletta fra Polentes, Sedico e Trichiana, ma non c’è niente da fare, le scarpe non vanno mai bene, non valorizzano mai abbastanza il piedino.

Adriana – anzi, fatina Adriana, come la chiamava un precedente fidanzato – è così, vive la sua esistenza poetica al di fuori delle brutture del mondo, non deve patire privazioni perché i „suoi“ contadini non fanno mancare nulla alla „paroncina“, neanche il superfluo: un cestino di noci, il latte appena munto, le uova fresche per la colazione. Cura la sua eleganza, legge molto e trascrive frasi squisite su un quadernetto, sceglie l’albero sotto il quale un giorno vorrà essere seppellita; è nobile e pura, odia la falsità e l’ipocrisia. Dotata di una lingua assai tagliente, non risparmia commenti al vetriolo su chiunque susciti la sua riprovazione: le donne del paese, le zie, perfino i partigiani: „I partigiani? Quattro ragazzetti nascosti sugli alberi a mangiare le pere e a scopare le staffette!“ Una sintesi mirabile, qualcosa deve esserle giunto all’orecchio.

Mentre Gek arrampicato sugli alberi si deve accontentare delle pere, giù in paese fervono i preparativi per il grande banchetto di primavera: gli uomini vanno a caccia, le donne portano fuori i grandi calderoni. Ma come cacciano, se schioppi e moschetti sono stati consegnati ai partigiani? Se i tedeschi avessero trovato armi, infatti, sarebbero stati guai; sospettando la presenza di un partigiano avrebbero incendiato la casa, se non peggio. E perché non vanno a caccia nei boschi, ma per campi, cortili e cantine? Perché quello che finirà in pentola – alla cacciatora – saranno GATTI. Che cosa giustifica un tale orrore? Dieta di guerra, carenza di proteine? No, il macabro festino per tradizione si ripete ad ogni primavera, anche in tempo di pace, forse un ricordo di atavici riti pagani, quando in primavera si uccidevano e mangiavano i vecchi, forse un modo di tenere sotto controllo l’esuberante popolazione felina unendo l’utile al dilettevole.

Dopo lo sciagurato pasto, innaffiato alla bellunese da litri di grappa, si aprono le danze. Osteo, figlio non dell’oste ma del proprietario della segheria, suona la fisarmonica: Rosamunda, Lili Marlene, „Le gocce cadono ma che fa…“. Le ragazze hanno messo i loro vestiti più belli, gonne e camicette fatte con la seta dei paracadute con cui vengono lanciati i rifornimenti, di un rosso squillante o di un bel verde intenso. Merito della grappa o delle qualità feline magicamente acquisite per via gastrica, le coppie volteggiano agili ed esaltate in un turbinío di rosso e di verde, mentre i tedeschi di passaggio pensano „Katzenmusik“, musica di gatti, ossia sgangherata accozzaglia di dissonanze.

Adriana ovviamente non prende parte al banchetto, ma a ballare sì, ci va. Adriana la sorellina di Gek, naturalmente, non Adriana la fatina, a cui fa orrore non solo la strage dei gatti, ma anche la mescolanza con il basso ceto. Adriana piccola ha solo quattordici anni e nessun pregiudizio di classe, si vuole soltanto divertire e balla leggera facendo vorticare la sua bella gonna verdissima, fatta dalla sarta Maria la rossa con la seta del paracadute che le ha portato Gek.

A casa sono rimaste solo le padrone dei gatti, sconvolte dal dolore, e i vecchi che non ce la fanno più a muoversi, incapaci di difendersi dai topi che gli passeggiano addosso e gli rosicchiano i piedi, mangiandoli letteralmente vivi. Un gran giorno per i topi, una piccola soddisfazione per i gatti. Gek ama gli animali, ma da allora i topi proprio non li può più vedere.

A casa è rimasta anche Mimma, una ragazza bruna e rotondetta sfollata dalla Calabria. Coltiva ambizioni letterarie, scrive poesie che fa leggere a Gek – a chi altrimenti, in quel paese di contadini analfabeti? Venate di un certo erotismo grassoccio ed esplicito, potrebbero essere interpretate come un’avance, rivelare certe intenzioni, chissà… Purtroppo Gek si accorge che le ha copiate da Lorenzo Stecchetti e, lungi dall’esserne ammirato, da allora la chiama Memè Stecchetti.

La povera Mimma a mangiare i gatti non ci andrebbe mai, ma a ballare sì, se i partigiani non le avessero rasato a zero i capelli. Questa è la punizione per le ragazze che frequentano i tedeschi. „Bella forza, prendersela con una donna! Vigliacchi!“ commenta disgustata Adriana (fatina), che ha un vivo senso della giustizia ma, essendo casta e pura, non sa che sul cuscino non si imparano solo le lingue bensì si vengono anche a sapere molti segreti, e che una parola di troppo può rovinare intere famiglie. Per di più il tedesco è dedito al dovere, e anche nel turbine dei sensi sa cogliere al volo un’informazione preziosa.

Mimma, poverina, che colpa ne aveva, se un tenentino tedesco la corteggiava tenacemente? Gek l’aveva avvertita di tenersene alla larga, ma lei, che si sentiva – ed era – innocente, aveva preso alla leggera l’avvertimento; era lui, il tedesco, che si faceva sempre trovare sulla sua strada! Insomma, un brutto giorno Gek e i suoi compagni l’hanno acchiappata e rasata a zero. Da quel giorno Mimma esce di casa il meno possibile, un po‘ perché sfigurata ma soprattutto per non incontrare il maledetto tenente. Si potrebbe pensare che Mimma, sbeffeggiata e sconciata da Gek, covi del risentimento, forse anche che le piacerebbe vendicarsi; invece no, Mimma è buona: gli ha addirittura salvato la vita.

Dall’album dei ricordi di Gek

È andata così: Gek, che ha preso in affitto una stanza in paese, proprio sotto l’appartamento di Mimma, una mattina sente dei rumori inconsueti e, guardando tra le fessure del pavimento di tavole, vede che una pattuglia di tedeschi ha fatto irruzione al piano di sotto e si prepara a perquisire la casa – e lui ha ancora in tasca la piantina del ponte di San Felice, che ha fatto saltare pochi giorni prima! Svelto se la mangia e salta dalla finestra, dandosi alla fuga. Sente sparare, la pattuglia si avvicina. Trova una zappa, si butta in un campo facendo finta di lavorare la terra ma, sarà la paura o l’indigesto boccone cartaceo, le sue budella lo costringono ad accucciarsi dietro un cespuglio. Quando alza gli occhi si ritrova due mitra puntati addosso: è preso, è perduto. La pattuglia scorta lui e un altro ragazzo del paese fino a Cavassico, dove abitano la mamma, Adriana e ufficialmente anche lui. Due soldati si staccano dalla pattuglia e si avviano per le scale, mentre la mamma e Adriana infilano freneticamente nella stufa il materiale di propaganda. Sappiamo già che non perquisiranno la casa, non ficcheranno il naso nella stufa e che se ne andranno dopo aver reso onore a Babbo prigioniero. Non sapevamo ancora che lì sotto casa è accorsa Mimma e chi comanda la pattuglia è il tenente innamorato di lei. Mimma gli si butta ai piedi, lo supplica, giura che Gek e la sua famiglia sono le persone più innocenti del mondo, piange e implora…strapparsi i capelli non può, ovviamente. Alla fine, per amore o per il talento teatrale di lei o per il gran culo di Gek, il tenente desiste e lascia liberi i ragazzi. Mimma, forse perché ormai compromessa con i tedeschi, in seguito partirà con loro, si stabilirà a Torino e non tornerà mai più.

Fino ad aprile le intemperie impediscono agli eserciti alleati, schierati sugli Appennini, l’avanzata verso la Pianura Padana. La Germania, sconfitta con poche eccezioni su tutti i fronti, è stremata; sul fronte italiano scarseggiano gli approvvigionamenti, le armi e il carburante; in più le vie di comunicazione dal nord sono devastate dai bombardamenti alleati, i rifornimenti saccheggiati dai partigiani. Perfino in Hitler si fa strada il presagio della sconfitta, ma mentre i suoi generali sul fronte italiano cercano di trattare una resa che permetta almeno di salvare vite, lui si scaglia con odio contro il suo popolo, rivelatosi inetto: manda in guerra vecchi e bambini e dà l’ordine di resistere fino alla morte.

I reparti tedeschi hanno ricevuto dai comandanti piena autonomia nella lotta ai partigiani: coadiuvati dai fascisti infieriscono sui civili, disseminando di stragi bestiali e insensate i territori dell’Italia del nord. Per indignazione o per opportunismo – in vista dell’imminente sconfitta tedesca – molti vanno a ingrossare le file dei partigiani, e molti altri ne sostengono la lotta.

Finalmente, il 14 aprile le condizioni atmosferiche permettono agli alleati di scatenare l’offensiva finale: il 20 raggiungono la Pianura Padana, il 21 entrano a Bologna, dove partigiani e civili combattono già da due giorni, il 22 a Ferrara. Le colonne tedesche, contravvenendo agli ordini di Hitler, battono in ritirata sotto i continui attacchi dei partigiani.

Il 24 aprile il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) ordina l’insurrezione, il 25 i partigiani fiancheggiati dalla popolazione prendono il controllo di Milano. Prima dell’arrivo degli alleati insorgono e vengono liberate Genova, Torino, Venezia e altre città del nord. Ora il compito dei partigiani, scesi in massa dalle montagne, è difendere i punti nevralgici delle città dalle distruzioni e dai saccheggi pianificati dai tedeschi: i porti, le industrie, le centrali elettriche, le ferrovie; ma ormai per questi ultimi il disastro è tale che cercano solo di mettersi in salvo aprendosi ad ogni costo le strade verso il nord. Mussolini, in fuga verso la Svizzera, viene catturato e ucciso il 28 aprile; Hitler, che ancora il 29 vaneggiava di resistere fino all’ultimo uomo in una „ridotta alpina“, il 30 si suicida nel suo bunker, mentre la bandiera sovietica sventola già su Berlino.

Non tutti esultano mentre i tedeschi si danno alla fuga: una lacrima rotola dalle ciglia sapientemente incurvate di fatina Adriana quando un certo tenente – alto biondo e con gli occhi azzurri – con un intenso baciamano le dà l’addio…

Da tempo un presidio tedesco si è installato nell’antica villa di famiglia a Castion, a pochi chilometri da Belluno, dove Adriana è nata e da dove trae le sue pretese di nobiltà. Ragazzi bene educati, dall’aria pulita e rispettosi. Sarebbe una convivenza tranquilla per la zia Anita, un’ungherese affabile dalla voce tonante, ormai rimasta l’unica abitante della grande casa, se non fosse per l’inquietudine data dal manipolo di militari inglesi nascosti in cantina con la loro radio. Durante le visite alla zia, passeggiando nel parco dove già spuntano i narcisi e gli alberi mettono le prime gemme, fra Adriana e Walter, il compíto tenente tedesco, sboccia una tenera amicizia. Adriana è affascinata dalla sua serietà, dal suo candore. Intorno alla sua fronte pura e ai suoi occhi chiari aleggia lo spirito ariano, il genio tedesco: coraggio, fedeltà, grandi ideali, inflessibile integrità morale. Nella vita civile fa l’ingegnere – incarnando quindi il tedesco alla sua massima espressione. Pur adorante (e come potrebbe essere altrimenti?) Walter è rispettoso e virilmente padrone di qualunque basso istinto e mai ha insidiato, con una parola o con un gesto, la ferrea virtù di fatina Adriana. E per di più ha sempre le sigarette.

Mentre lui, dopo un ultimo sguardo terribilmente serio, sale sulla camionetta che parte sgommando sulla ghiaia del viale, Adriana ha il cuore pesante. Non si sono abbracciati e baciati come forse avrebbero voluto, solo quel baciamano occhi negli occhi ha suggellato un fugace connubio di anime. Non lo rivedrà più ma non lo dimenticherà mai, anzi nel corso degli anni e sotto i colpi delle sventure idealizzerà sempre di più la sua figura, rifugiandosi nel sogno – l’unico suo sogno non infranto – e misurerà su questo la profondità della propria caduta nell’abisso di una squallida realtà.

Il 29 aprile, mentre in tutto il Nord le forze tedesche cercano di raggiungere i confini ostacolate dal fuoco partigiano, il generale Vietinghoff firma segretamente la resa incondizionata delle forze tedesche in Italia. Resa separata, il che vuol dire abbandonare i repubblichini al proprio destino: la Repubblica Sociale, in quanto stato fantoccio, non esiste più, i suoi sciagurati aderenti non avranno una rappresentanza nelle trattative di pace e saranno esposti ad ogni ritorsione. L’armistizio entrerà in vigore solo il 2 maggio.

Intanto nel Bellunese la guerra continua, e l’ultima settimana non sarà meno atroce delle precedenti. Il 26 aprile Gek e i suoi compagni assaltano il presidio tedesco arroccato nella scuola di Refos Limana: Gek va all’attacco con un bazooka, arma goffa, poco maneggevole, „una specie di tubo della stufa“. Appena escono allo scoperto, il compagno accanto a lui cade fulminato. È Toni Merlin, il suo migliore amico, fondatore e capo del battaglione dei trichianesi. Gek è ferito di striscio a una gamba, ma nella foga del combattimento non se ne accorge neanche, solo più tardi sente qualcosa di caldo scorrergli lungo la gamba, è sangue.

A Belluno si trovano ancora grossi contingenti tedeschi che resistono tenacemente in attesa degli alleati, rifiutando di arrendersi ai „banditi“, per disprezzo ma ancor più perché sanno che „pietà l’è morta“, che da loro non possono aspettarsi alcuna clemenza. Anche i partigiani combattono accanitamente; gli alleati preferirebbero che, in modo più opportuno, andassero a bloccare le vie di comunicazione, ma per loro prendere la città è un punto d’onore, un chiodo fisso, la rivincita finale.

I piccoli presidî tedeschi lungo la valle del Piave si vanno svuotando, e interminabili colonne di veicoli si riversano sulla via verso il Cadore. Carri armati, autoblindo, truppe a piedi, carri trainati da cavalli e camion carichi di uomini, di armi e delle più svariate prede di guerra, tra cui perfino un enorme serbatoio per il carburante, pieno di – carburante? no, sigarette.

Gli attacchi dei partigiani, spesso temerari, non danno tregua; il 25 aprile bloccano una colonna motorizzata riuscendo a distruggerne una buona parte, il 27 ancora un grave scontro a fuoco, il 29 attaccano una polveriera ma sono costretti a ritirarsi perché le forze tedesche sono preponderanti; ripiegando verso Fiammoi — un paese dove un anno prima i tedeschi per rappresaglia hanno massacrato dieci contadini presi a caso fra i campi —  incrociano una colonna tedesca: si scatena una battaglia a cui partecipa tutto il paese, comprese le donne, e il nemico viene messo in fuga. Gli attacchi dei partigiani continuano per tutto il giorno e tutta la notte, il che non impedisce ai tedeschi di fucilare un paio di civili e far saltare in aria un intero paese, Canevoi, ma dopo averlo evacuato, bontà loro.

Fiammoi oggi

La strada verso il Cadore incrocia, a Ponte nelle Alpi, pochi chilometri a nord di Belluno, quella proveniente da Vittorio Veneto, su cui stanno avanzando gli alleati; la mattina del 1. maggio, arrivati in prossimità dell’incrocio, i carri armati alleati puntano i loro cannoni sulle colonne tedesche e aprono il fuoco. I tedeschi abbandonano la strada disperdendosi nei paesi vicini, dove sfogano la loro rabbia sui civili: una famiglia di sette persone viene uccisa a San Pietro in Campo, altri a La Rossa. Tentano di entrare a Fiammoi, ma ancora una volta tutto il paese, schierato con i partigiani, li respinge, in un feroce combattimento costato molte vittime. Nonostante le perdite, i tedeschi non si arrendono: per aprirsi una strada prendono in ostaggio gli abitanti di un intero paese, Cusighe, donne vecchi bambini e il parroco, e li collocano sui fianchi e alla testa della colonna.

La via per il Cadore è ormai irrimediabilmente bloccata dai partigiani; da Belluno a Ponte nelle Alpi tutta la strada è un’ininterrotta colonna di veicoli, che avanza faticosamente sotto il tiro alleato e gli attacchi dei partigiani; intorno all’incrocio si forma un gigantesco ammassamento di mezzi motorizzati e soldati a piedi. In un ultimo tentativo di costringere i partigiani a sbloccare la strada, il comando tedesco minaccia di bombardare Belluno. È allora che il capo della missione alleata, maggiore Tilman (parleremo ancora di lui) d’accordo con il comando partigiano di zona, chiede l’intervento dell’aviazione. Otto cacciabombardieri scatenano l’Apocalisse fra i sobborghi a nord di Belluno e La Rossa, lasciando dietro di sé per chilometri soltanto cadaveri carbonizzati e carcasse fumanti. I tedeschi, ormai persuasi, abbandonano la strada e ripiegano verso il monte Serva, dove trovano ad aspettarli i partigiani, che completano l’opera. Entro la serata quattromila militari tedeschi si arrendono, la mattina dopo anche gli occupanti di Belluno depongono le armi.

I tre militari alleati che per primi entrano nella Belluno liberata non sono accolti da masse plaudenti e donne con mazzi di fiori, non vengono portati in trionfo come si aspettano: le vie sono deserte e i cittadini, che ormai hanno imparato ad aspettarsi qualunque perfidia dai tedeschi, restano prudentemente chiusi in casa. Dal palazzo della Prefettura pende un enorme tricolore, all’interno sono già riuniti il Comitato di liberazione, il nuovo prefetto, il capo dell’amministrazione e il nuovo sindaco; sulla piazza sottostante un gruppo di partigiani orgogliosi sorveglia una folla sempre crescente di soldati tedeschi dall’aria sconcertata.

Si potrà festeggiare solo quando le decine di migliaia di militari tedeschi intrappolati dai partigiani nel Bellunese avranno consegnato le armi, quando gli accampamenti ancora pieni di militari armati saranno stati espugnati e i frutti dei saccheggi — veicoli, cavalli e provviste alimentari — restituiti. Saranno settimane di estenuante attesa, prima che i partigiani possano celebrare la loro parata trionfale e la popolazione di Belluno esultare, dimostrando la propria gioia, la gratitudine e l’orgoglio nei loro confronti.

I partigiani sfilano in trionfo per le città d’Italia; alla testa del corteo le donne avanzano imbracciando i mitra. Hanno dato molto per la liberazione, conquistandosi sul campo – nel vero senso della parola – il diritto di voto, inutilmente e ripetutamente richiesto a partire dal 1865, concesso finalmente nel 1946. Seguono le brigate partigiane a piedi: armamentario fra i più eterogenei, abbigliamento estemporaneo, fazzoletto rosso al collo e facce esultanti. „Sembrare un partigiano non è difficile, basta mettersi addosso quello che capita e avere barba o baffi, insomma avere del pelo in faccia“, scrive il maggiore Tilman (di cui parleremo). Sul corteo svettano qua e là i camion carichi di partigiani in piedi, con le bandiere al vento e i mitra sollevati in aria. Sulla folla ondeggiano le bandiere rosse, quelle degli alleati, i tricolori e i gagliardetti delle brigate; ragazze e bambini, tirati su a braccia dagli uomini, si arrampicano sui camion e fra baci, abbracci e risate si fanno fotografare con le armi in mano. Anche i polverosi e stanchi militari alleati vengono debitamente festeggiati, forse ancora più calorosamente dei partigiani – perché loro se ne andranno, e i partigiani no. Nel caldo abbraccio della folla, i soldati sorridono a tutta dentatura, baciano i bambini, le ragazze e pure le vecchiette.

Gek (prima da sinistra) con i compagni, maggio 1945

Ovunque è un pullulare di fazzoletti rossi, spuntati numerosi come a giugno i papaveri nei campi di grano. Adriana, la sorellina di Gek, guarda stupita. Da dove sono saltati fuori tutti questi nuovi partigiani? Quello lì, e quell’altro e quell’altro ancora…I partigiani si sono miracolosamente moltiplicati, ma guarda un po‘. Quel giorno Adriana ha avuto una grande lezione di vita.

Mentre tutti corrono a cercare un fazzoletto rosso, Gek ne porta uno verde, o non ne porta nessuno. Ha lasciato da tempo le brigate Garibaldi, disgustato dai metodi crudeli dei comunisti verso la popolazione, dal settarismo violento e dalla loro ideologia totalitaria: non avrà combattuto per passare da una dittatura a un’altra, ancora più spietata. È entrato a far parte delle brigate Giustizia e Libertà, che fanno capo al Partito d’Azione: socialisti liberali che alla fine della guerra godranno di grande favore ma, forse indecisi fra giustizia e libertà o forse per un vezzo comune alle sinistre, non faranno altro che dividersi fino a sparire del tutto. Gli ex compagni di Gek sono addolorati, vorrebbero averlo con loro, gli prospettano addirittura un futuro nel partito, ma lui niente. Forse sono pure un po‘ incazzati, visto che una notte, mentre torna a casa da solo e a piedi, una camionetta cerca di schiacciarlo contro un muro. Niente di straordinario, sono i tempi – e i modi.

Già il 2 maggio gli alleati hanno imposto ai partigiani la consegna delle armi, tuttavia l’appello incontra una certa reticenza: qualcuno se le vuole tenere per ricordo, qualcun altro perché non si sa mai; le brigate comuniste invece le seppelliscono o le nascondono dove possono perché si considerano ancora a metà dell’opera, perché il loro obiettivo è la rivoluzione attraverso la lotta armata e la conseguente instaurazione di un regime di tipo sovietico. Nel frattempo, in un clima di semi-anarchia in cui gli alleati un po‘ intervengono e un po‘ lasciano fare, i partigiani continuano a girare armati, e con le armi giocano: spengono le lampadine a pistolettate, oppure – uno scherzo molto in voga – tolgono la sicura a una bomba a mano, la mettono in mano a un compagno e scappano. Ma niente paura, racconta Gek ridendo, nessuno si è mai fatto male e tutto si è sempre risolto in sonore bestemmie, alla bellunese. Alla fine, solo il 60% delle armi sarà stato riconsegnato.

Se si chiedesse a Gek, ora ridiventato Eros, quanto coraggio e quanta forza ci sono volute per affrontare quei venti mesi di guerra, lui, che è alieno alla retorica e all’autocommiserazione, alzerebbe le spalle minimizzando: „Era l’unica cosa da fare. Brutta, perché la guerra è sempre una cosa sporca. Ma era la cosa giusta. Del resto, non volevo finire né nella Todt né con i repubblichini…“

Un giudizio più esauriente sulla lotta di liberazione ce lo offre un osservatore „esterno“ – anche se non del tutto imparziale: Harold William Tilman, maggiore della Royal Army, è uno di quei matti inglesi che scalano gli ottomila, attraversano i deserti e solcano i mari, che non sanno mai star fermi e si adattano a tutto. Nell’autunno del ’44 viene paracadutato sull’altopiano d’Asiago, a capo di una missione di sostegno ai partigiani. Da lì si sposta con loro attraverso le montagne fino a raggiungere il Bellunese per unirsi alla divisione garibaldina „Nino Nannetti“, quella di Gek. Combatte, marcia e si nasconde insieme con i partigiani, condividendone tutte le vicissitudini fino alla fine della guerra e dandocene un resoconto nelle sue memorie.

Bisogna rendere giustizia al movimento partigiano –afferma – riconoscendo il suo importante contributo alla vittoria, nonostante le azioni scellerate di alcuni ne abbiano offuscato la reputazione. È vero che i partigiani, inesperti di guerriglia, hanno commesso molti errori, che tendevano all’azzardo estremo o alla vigliaccheria e di conseguenza soffrivano di forti sbalzi d’umore. È vero che erano creduloni, vanagloriosi e spesso dilaniati dai conflitti, ideologici o di rivalità fra bande. Consideriamo però la situazione del partigiano: è perennemente in fuga, perché la cattura vuol dire tortura e morte, o costretto a snervanti periodi d’inazione e solitudine. Vestito poveramente, affamato e con le scarpe rotte, senza neanche il conforto di una sigaretta deve affrontare lunghe marce in zone impervie ed essere sempre all’erta contro spiate, agguati e rastrellamenti; se è ferito si deve arrangiare, e perfino la soddisfazione per un’azione riuscita è oscurata dalla paura delle rappresaglie verso la sua famiglia e il suo paese.

„È tenendo presente tutto questo – scrive Tilman – che dobbiamo giudicare i partigiani. Pur senza un Garibaldi a ispirarli con il suo spirito intrepido e inesausto, questi italiani del nord hanno preso la stessa via che avrebbe preso lui, alle stesse condizioni che lui aveva posto ai loro nonni: ‚Non offro paga, né alloggio, né cibo. Offro fame, sete, marce forzate, battaglie e morte‘. Queste erano le condizioni in cui hanno lottato i partigiani. Che siano rimasti indissolubilmente uniti durante i difficili mesi invernali e siano stati capaci di dare il meglio di sé quando è venuto il momento, dà la misura della loro determinazione, dello spirito di sacrificio, del patriottismo e del rinato ardore per la causa della libertà.“ ( H. W. Tilman, When Men & Mountains Meet)

Purtroppo, la nostra storia non si conclude con la pace, i baci delle ragazze e il giubilo della folla. Per alcuni partigiani la guerra non è finita; una volta combattuti e vinti i tedeschi, si apre la caccia al fascista.

Il battaglione garibaldino „Cacciatori della pianura“, appartenente alla Divisione Nannetti, scende a valle in cerca di vendetta. Ha con sé la Legge della montagna, elaborata all’inizio del ’45, che in diciotto articoli stabilisce le pene per fascisti e collaborazionisti: tanti articoli per un giudizio che quasi sempre è la condanna a morte. Devono fare presto, giustiziarne il più possibile prima che le autorità, le dilazioni dei tribunali e le prevedibili amnistie diano modo ai malfattori di restare impuniti.

Abituati ormai a pensare solo in termini di vita o di morte, di amico o nemico, di rosso o di nero, i brigatisti nella fretta non fanno distinzioni fra le innumerevoli sfumature di fascismo: nei mucchi di cadaveri, impiccati con le catene, fatti fuori a colpi di piccone o nel migliore dei casi abbattuti a raffiche di mitra, finiscono il federale e il bidello che per mantenere il posto di lavoro ha messo il distintivo fascista, il famigerato torturatore e l’infermiera che ha curato un ferito tedesco. Specialmente i partigiani dell’ultima ora, per dare prova di zelo si prodigano in efferatezze. Naturalmente con il contributo delle onnipresenti spie, che spesso denunciano innocenti per regolare i loro conti privati. I fascisti vengono processati, ma a cento al giorno, e i verbali non sono mai stati trovati. Le azioni autonome si moltiplicano, sfuggendo al controllo del CLN. Molti innocenti moriranno e molti colpevoli la faranno franca, i più furbi e i più potenti scappando verso la Svizzera – ma i partigiani li inseguono fin lassù – o continuando la propria vita sotto un’altra bandiera. Gli alleati, con discrezione anglosassone stanno a guardare, intervenendo solo nei casi più clamorosi, probabilmente pensando che i partigiani abbiano tutto il diritto di farsi giustizia. Il PCI tace. Indignati, molti partigiani abbandonano le brigate, il CLN tenta qualche espulsione.

Non che le stragi siano cominciate solo con la liberazione: nel Bellunese uccisioni arbitrarie di fascisti, collaborazionisti o presunti tali si sono moltiplicate dall’estate del ’44, quando brigatisti esperti di tecnica della guerriglia, provenienti dalle province rosse della Romagna, vengono mandati dal PCI a sostegno della „Nannetti“. Sono militanti duri e puri, esperti ed eroici sì – molti sono reduci della guerra civile spagnola – ma spietati quanto può esserlo chi usa la violenza per quella che ritiene una buona causa. „Quelli di Bologna, la dannazione delle nostre terre, hanno preso il sopravvento“, lamenta il parroco di Chies d’Alpago. I „bolognesi“ non compiono solo assassinî di civili più o meno colpevoli, stupri e uccisioni di donne sospettate di spionaggio, rapine ai danni di contadini e possidenti, ma fra le stesse file dei garibaldini vengono epurati o eliminati gli elementi di diversa fede politica. I Trichianesi, che da soli formano un intero battaglione, il „Manara“, di cui fa parte Gek, insieme ad altre formazioni si dissociano dai comunisti.

Solo l’amnistia Togliatti del giugno ’46, da lui voluta autonomamente rispetto al PCI, limita ma non estingue il massacro. I bellunesi, contadini dal sangue pesante come il loro vino, conservatori e religiosi, sono piuttosto restii ai fanatismi e dopo i primi eccessi non seguiranno i comunisti, ma nelle province rosse dell’Emilia-Romagna, dove il sangue scorre nelle vene effervescente come il Lambrusco, la lotta di classe infuria: non si punta più solo a sterminare i fascisti, bensì a prendere il potere eliminando fisicamente il nemico di classe: sacerdoti, proprietari terrieri, intellettuali borghesi. Qui l’amnistia suscita malumore e tumulti di piazza, e fino al ’47 si continuerà a uccidere.

Lentamente Trichiana ritorna alla normalità – se così si può chiamare: il bestiame è stato portato via dai tedeschi, i partigiani hanno preso le scorte, il raccolto è ancora lontano, le case sono bruciate. Si mangia polenta e solo polenta, oppure si appende un’aringa sopra la tavola e ognuno dei tanti commensali la strofina fra due fette di pane. Molti per fame lasciano il paese, vanno a lavorare in Belgio, in Francia, in Svizzera; altri intraprendono la carriera politica nei partiti di sinistra – questi ultimi non per fame ma per convinzione, ovviamente.

Trichiana riceve la medaglia di bronzo al valor militare, Belluno quella d’oro; ai partigiani vengono conferite decorazioni. La piazza principale è dedicata a Toni Merlin, medaglia d’argento al valore, l’amico di Gek caduto in combattimento al suo fianco, e c’è una via Aldo Palman, il partigiano accanto a Gek in una fotografia ormai nota. Anche lui organizzatore e animatore del battaglione „Manara“, nel marzo del ’45 muore in un conflitto a fuoco, nel tentativo di attirare su di sé i tedeschi per salvare la missione americana con cui collabora.

Lapide sul municipio di Trichiana

Alla spicciolata tornano i reduci dai campi d’internamento della Germania; ogni giorno Giovanna va alla fermata della corriera ad aspettare Babbo, di cui da mesi non si sa più nulla.

Quella mattina di agosto Marisa si è alzata con l’idea di preparare un buon pranzo, non sa perché: fettuccine al sugo e pollo arrosto, un pranzo festivo, anche se non è un giorno di festa. Marisa è la più grande delle sorelle di Eros, è seria e attiva, coraggiosa e organizzata, oltre che un’ottima cuoca; durante la guerra è andata anche lei su in montagna con le ragazze di Trichiana, a portare da mangiare ai partigiani. Eros è andato a Cortina in bicicletta, sua mamma è andata come ogni giorno alla fermata della corriera che viene da Belluno, per chiedere all’autista se lì è arrivato qualche reduce.

Babbo è uno degli ottocentomila militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio, e messi di fronte all’alternativa di aderire alla repubblica di Mussolini o finire internati in Germania. Di loro, circa 90 mila optano per la prima soluzione, molti riescono a scappare, ma più di 700 mila restano fedeli al giuramento prestato al re (che, diciamoci la verità, proprio non se lo meritava) e finiscono nei vagoni piombati, ai lavori forzati e alla fame, e anche peggio.

Babbo viene internato a Deblin Irena, in Polonia, un campo per militari, dove le condizioni sono relativamente miti: dieci ore di lavoro pesante ogni giorno, spesso anche la domenica, nell’industria bellica, nella costruzione di strade e fortificazioni o in agricoltura. Da mangiare, solo una minestrina acquosa di rape o di funghi e pochi grammi di pane. Gli internati raccolgono le bucce di patate dai rifiuti e le arrostiscono sulla stufa, vanno a caccia di rane e di lumache, e se nella minestra galleggiano i vermi mandano giù pure quelli.

Da parte di Babbo ogni tanto arriva una cartolina: „il signor Spazzola non mi dà pace“, scrive. Spazzola in dialetto romano vuol dire Fame. I famigliari possono spedire ogni tanto un pacco di cibo, ma non oltre un certo peso, quindi lo riempiono di pane tostato, che è leggero, e ci mettono anche il sapone, quello fatto in casa, per Babbo tanto indispensabile quanto il pane. Quando Babbo per la prima volta apre il pacco, nota subito il panetto di colore dorato e, scambiandolo per cotognata o chissà che di commestibile lo addenta, ma solo quando si ritrova la bocca piena di schiuma si accorge che è sapone: la fame gli ha portato via il gusto e l’olfatto.

Da Deblin Irena viene trasferito a Czestochowa, dove le condizioni sono le stesse: lavoro fino allo stremo, fame, malattie. Non è un campo di sterminio: non si uccide ma si sfrutta fino all’osso la forza lavoro e si lascia che siano la fame e gli stenti, la polmonite e la tubercolosi a togliere di mezzo gli inabili. I tedeschi lo chiamano „sterminio tramite il lavoro“, o anche „morte in dosi“. Nonostante tutto, gli italiani mantengono alta la propria dignità: curano la pulizia, si fanno animo a vicenda, cantano, suonano e scrivono storie che poi leggono insieme. Fra gli internati di Czestochowa c’è uno scrittore che nel dopoguerra diventerà famoso, Giovannino Guareschi: sarà lui a raccontare la vita degli internati. „Non muoio neanche se mi ammazzano“, giura a se stesso quando entra nel campo, e lo stesso devono aver pensato i suoi commilitoni.

I generali di Mussolini tornano ripetutamente a offrire il reclutamento; fino alla primavera del ’44 altri centomila internati si lasciano convincere e tornano in Italia. In 600mila invece si rifiutano; di loro 50mila moriranno.

 Babbo viene ancora una volta trasferito, a Norimberga-Langwasser, dove in un gigantesco campo sono detenute decine di migliaia di soldati di tutta Europa. Anche qui stesso programma: lavoro forzato, fame, botte, esecuzioni. Ormai l’industria bellica tedesca, con tutti gli uomini al fronte, si basa quasi esclusivamente sul lavoro dei prigionieri, veri e propri schiavi. Qui Babbo si deve essere ammalato, perché finisce a Fullen-Meppen, un lazzaretto militare vicino al confine olandese. Lo chiamano il „campo della morte“, perché i malati vengono abbandonati a se stessi senza medicine né alcuna assistenza, in attesa che muoiano. Tormentati dalle cimici e dai pidocchi, dormono sulla paglia senza coperte, non hanno biancheria intima e per calzature solo zoccoli di legno. Quando per loro non c’è più neanche il cibo – dato che la Germania stessa è ormai alla fame – un aereo tedesco mitraglia il campo facendo strage di internati.

Il 6 aprile del ’45 i canadesi liberano il campo. I ragazzi della Croce Rossa piangono per quello che si trovano davanti. I liberatori riforniscono di ogni ben di Dio gli internati ridotti a scheletri, ma molti mangiano –letteralmente- fino a scoppiare, morendo perché il loro organismo non è più abituato al cibo. Babbo no, pesa trentanove chili ma, disciplinato e padrone di sé nonostante tutto, sa che deve riabituarsi a mangiare a poco a poco, e pian piano si riprende. „L’italiano si fa secco ma non muore“, dicono ad Acerra, il paese dove è nato. Gli internati vengono rilasciati solo il 29 giugno.

Oggi l’autista della corriera porta una notizia che a Giovanna fa battere forte il cuore: quattro reduci sono scesi a Belluno, tre bellunesi e uno di fuori. Subito prende la corriera, scende a Belluno e si mette a cercarli. Ne rintraccia uno, poi un altro, poi pure il terzo, ma nessuno sa darle indicazioni precise. Sconsolata si siede al bar, aspettando la corriera per il ritorno. Ma quando esce dal bar ha un tuffo al cuore: eccolo Babbo! Appena uscito dalla tabaccheria a fianco cammina davanti a lei, andando verso la corriera. Lei lo rincorre ma le tremano le gambe, vuole chiamarlo ma le manca la voce, lo raggiunge, gli getta le braccia al collo e…sviene. Quando riprende i sensi si ritrova seduta al bar, circondata da tanta gente che sorride, si congratula e la invita a mangiare e a bere: il tavolino è carico di cibi e bevande, offerti dai bellunesi commossi dall’evento.

Eros sfreccia giù da Cortina verso casa, forse ce la fa ad arrivare per pranzo. Macché, a pochi chilometri da Trichiana gli si buca una gomma. Spinge la bici fino all’officina e si siede scocciato accanto al gommista, a fumare una sigaretta. „Be‘, non sei contento?“ gli fa quello. „Contento di che? Di aver bucato?“ L’altro scuote la testa:“Ma come, tuo padre è tornato e tu non sei contento?!?“ Alza gli occhi dal lavoro per guardarlo in faccia, ma Eros è sparito, al diavolo la bicicletta, è già sulla strada per Trichiana e corre, corre come un matto.

Le fettuccine sono stese ben allineate sul tavolo della cucina, il sugo borbotta piano piano, l’arrosto finisce di abbronzarsi nel forno. Marisa guarda fuori dalla finestra e aspetta il ritorno della mamma. Oggi ritarda…chissà, forse… Adriana sonnecchia al piano di sopra.

Adriana, sorella di Eros (Gek)

Babbo e Mamma si stanno avvicinando a casa. „Sai di che cosa avrei una gran voglia? Di fettuccine al pomodoro e pollo arrosto!“ dice Babbo. Coincidenza? La telepatia che da sempre lega misteriosamente i Petrella? O merito dei profumi che si vanno spargendo per il paese?

A un’ennesima occhiata dalla finestra, Marisa vede sfilare le teste dei suoi genitori al di sopra del muro di cinta. „È tornato Babbo!“ urla. Adriana salta dal letto e corre, ma per la fretta e l’emozione ruzzola giù di schiena per tutta la scala. Ed ecco che già irrompe Eros, ha corso tutto d’un fiato per tre chilometri ed è rosso rossissimo in faccia, anzi „proprio paonazzo!“ dice Adriana, che non l’ha mai visto cosí ed è sbalordita dalla rapidità con cui la notizia dell’arrivo di Babbo si è sparsa in paese. Baci, abbracci, lacrime, poi tutti a tavola davanti alle fettuccine fumanti. Solo adesso la guerra è finita per davvero.

E vissero felici e contenti. O forse non sempre felici e contenti, ma vissero; il che, dopo una guerra che si era portata via sessanta milioni di vite, non era cosa da poco.

Per Eros il futuro sarà diverso da come se l’era immaginato prima della guerra: allora voleva diventare avvocato, benché in segreto accarezzasse il sogno di fare l’attore; ma ora, con la miseria presente e sei fratellini più piccoli, i soldi per farlo studiare non ci sono. Dovrà andare all’Accademia militare, dove potrà studiare gratis e dove peraltro lo aspettano a braccia aperte: gli alti gradi militari vogliono democratizzare l’esercito e fra di loro prende piede l’idea che la guerriglia sarà la guerra del futuro: cosa di meglio dunque che arruolare un ex partigiano? Si potrebbe pensare che Eros, spirito libero, pur obbedendo a Babbo senza discutere non sia felice di questa via obbligata; ma alla nascita una fata gli deve aver messo nella culla la capacità di adattarsi e di trovare il buono in tutte le cose, l’allegria e la gioia di vivere. La vita militare gli permetterà di cavalcare, imparare a guidare i carri armati e pilotare gli aerei leggeri, praticare molti sport e divertirsi un mondo fra imprese pazze e scherzi da caserma: con la jeep rincorre le lepri nell’immenso greto asciutto del Tagliamento, su un piccolo aereo pilotato dal suo amico Aldo vola a Venezia e passa sotto il ponte di Rialto. Senza farsi contagiare dalla rigida mentalità militare si appassionerà al suo lavoro, cercherà di svolgerlo al meglio e dirà sempre di non aver mai avuto rimpianti per una vita diversa.

Adriana la fatina e sua madre raggiungono il padre a Roma, una città che non ha mai amato. Dopo poco il padre muore improvvisamente, lasciando le due donne in gravi difficoltà economiche, e ad Adriana non resta che mettersi a lavorare; è un’ottima stenografa, ma dopo il primo giorno passato in un ufficio torna a casa con un terribile mal di testa: il ticchettío incessante di tutte quelle macchine da scrivere la fa impazzire. Non tenterà mai più di lavorare.

Nel ’49 Eros e Adriana si sposano. Il 28 dicembre, giorno della Strage degli Innocenti, nella chiesa delle Anime del Purgatorio. La sposa è in nero. Non proprio i migliori auspici, si direbbe. La prima notte di nozze la passano a litigare.

Adriana ed Eros nel giorno delle nozze

Povera fatina Adriana, il suo volo dorato è finito in una caduta a capofitto nella realtà di un triste dopoguerra. Non più sogni di gloria e slanci romantici, non più villa di famiglia ma una stanza in subaffitto, non più scarpette di serpente ma un cappotto rivoltato, non più spasimanti benestanti ma solo un sottotenente nullatenente. Che la ama, certo – ci mancherebbe!– e sopporta pazientemente tutti i suoi malesseri e malumori, ma che d’altra parte sembra ahimé non prendere troppo sul serio il giuramento di fedeltà…. Avrebbe meritato di meglio, molto di meglio. Se solo non si fosse lasciata trasportare dal sentimento…Tutta  colpa della guerra. E della linea della iettatura che solca il palmo della sua mano, di una  iella cosí potente da sovvertire perfino le leggi di natura, tanto da trasformarla in pochi anni buî da splendida farfalla in misero bruco.

Trichiana esce dalla guerra più povera di prima ma carica di onore. Partiti gli emigranti, onorati i morti, decorati gli eroi, i contadini riprendono la loro vita di sempre: mietono il grano, raccolgono il mais, portano fuori il cavallo per la vendemmia; i porcelli grugniscono nella stía e le mucche ruminano fra i caldi vapori della stalla. I contadini di Adriana continuano a vivere in una stamberga sbilenca appoggiata alla casa padronale. L’interno è un antro scuro, caldo e accogliente; non hanno il gabinetto, tutto finisce sul letamaio, che viene svuotato dai liquami con un elmetto tedesco fissato con due chiodi a una lunga pertica, a testimonianza del passato recente – e monito agli invasori per il futuro.

Poi, all’inizio degli anni sessanta arriva il boom, il miracolo economico; fra i campi di mais e i casolari spuntano grandi e piccoli capannoni industriali, che nel corso degli anni diventeranno sempre più numerosi, e nessuno dovrà più emigrare. La conquista del benessere materiale non fa tuttavia  dimenticare a Trichiana i valori della cultura e della bellezza: al visitatore degli anni settanta si annuncia la fondazione della biblioteca civica: „Trichiana la città del libro – una biblioteca di seimila volumi“ proclama un cartello all’ingresso del paese; sulla piazza Toni Merlin gli edifici restaurati e dipinti in tenere sfumature di terracotta sfoggiano fioriere traboccanti di gerani.

La casa di Adriana invece sembra abbandonata, piccola e umiliata di fronte all’avanzata dei capannoni, che già hanno divorato le vigne e i campi di mais, e stretta da vicino da torri di sanitari pronti per la spedizione. Nel 2020 non ce ne sarà più traccia. La casa della famiglia di Eros resiste ancora, un po‘ restaurata e un po‘ no, nel nuovo panorama di villette bianche e ben curate di Cavassico, con le strade ridisegnate e le sue piccole industrie inframezzate da praticelli che, almeno loro, sono rimasti quelli di una volta, succosi e verdissimi.

Sulla roccia a picco sul Piave, dove Eros e Adriana sognavano di costruirsi una casa, qualcuno ci è riuscito davvero: è una specie di baita tutta legno e gerani, assolutamente fuori posto fra le sobrie villette bianche dei dintorni; ma chi vorrebbe abitare più qui, sulla strada provinciale continuamente battuta dai camion, con il ponte imbruttito dai guardrails che deturpano la vista sul fiume? Anche le vigne del Clinton sono sparite, ma l’antico vinaccio contadino, forse perché diventato raro, ora è considerato una delicatezza dal cameriere dell’albergo elegante, che sgrana gli occhi nel sentire quanto ce n’era prima e quale fosse la sua reputazione: „Il Clinton a Trichiana?!?“ Non ci crede.

Oggi Trichiana ha perso la baldanza degli sgargianti anni ’80, sulla piazza qualche palazzo torna a mostrare la sua età e le cassette di gerani alle finestre non ci sono più. Anche lei risente della crisi ma, come sempre al passo con i tempi, punta sul turismo e l’ecologia: appena fuori dall’abitato, a un passo dai capannoni, i sentieri ciclabili si inoltrano nel verde lussureggiante, sulle pendici delle montagne le fattorie ben restaurate promettono cibi esclusivamente locali ed esclusivamente biologici, le ville venete perdono il loro alone di malinconia e si trasformano in alberghi eleganti dall’accoglienza perfetta.

Se la miseria del passato è dimenticata, il ricordo amaro dell’emigrazione resta nel „Parco dei trichianesi all’estero“ a Cavassico; nella valle del Piave, a memoria del periodo eroico della Resistenza, delle stragi dei tedeschi e della loro tragica ritirata rimangono le lapidi, i cippi funerari, i nomi delle strade – viale delle Medaglie d’Oro, viale degli Internati e dei Deportati: arterie dal traffico frenetico, bordate da una successione caotica e ininterrotta di concessionari d’auto, faraoniche pizzerie e ristoranti sushi, saloni del mobile, casermoni popolari e grandi magazzini; la piccolissima cappella votiva ottocentesca dedicata alla Madonna dei Caduti, sperduta superstite di uno tsunami di modernità, se ne sta a fil di strada all’angolo di un incrocio come una vecchietta disorientata; dall’altro lato della strada una mucca di cartapesta a grandezza naturale pubblicizza „formai“ locali e burro di montagna; anche lei sul limite della carreggiata, sembra venirle incontro. Nel mezzo di un tale caos urbano è difficile immaginare gli scenari campestri di un tempo, le imboscate dei partigiani, i rastrellamenti nei campi e nelle fattorie; ma i cognomi dei martiri sulle lapidi sono gli stessi che spiccano sui grandi cartelloni pubblicitari ai lati della strada.

Cosí nella comunità la vita continua sempre diversa, il passato si intreccia col presente, il nuovo si fa avanti con vigore mentre il vecchio impallidisce e si allontana ma tramanda il suo spirito, lasciando dietro di sé nomi, fotografie, memorie di eventi gloriosi o tragici …e qualcuno a raccontarli. Come in una famiglia.

Trichiana oggi, 2020

Per concludere

La storia di Gek è costruita sui ricordi di mio padre Eros, di mia madre Adriana e di mia zia Adriana. Tutto quello che riguarda personalmente Gek mi è stato raccontato da lui, tranne gli episodi della sua cattura, della liberazione per intercessione di Mimma e della corsa verso casa per incontrare Babbo – cosí come la perdita  dei suoi due compagni di lotta – che mi sono stati riferiti da zia Adriana, a cui devo anche il ricordo del banchetto dei gatti e del successivo ballo, del proliferare di fazzoletti rossi dopo la Liberazione, della cattura e internamento di Babbo e del suo ritorno in famiglia. La descrizione del funerale partigiano l’ho presa da una fotografia di mio padre, mentre la storia della bambina bionda me l’ha raccontata lei stessa, zia Silvia.

Tutto quello che riguarda mia madre l’ho sentito da lei stessa e ho cercato di renderlo con le sue stesse parole – tranne la storia delle scarpe „autarchiche“, rievocata da mio padre con gesti di comica disperazione. La chiamo „fatina“ per evitare confusioni con zia Adriana; così la chiamava un suo fidanzato d’anteguerra in un album a lei dedicato, e cosí lei amava descrivere se stessa da giovane.

Le informazioni circa la „Grande Storia“ le ho ricavate da internet e da qualche libro:

L’atmosfera degli anni del fascismo, del periodo dopo l’armistizio e la scena dell’impiccagione di Belluno le ho prese dal libro di Christopher Duggan „Il popolo del Duce. Storia emotiva dell’Italia fascista.“ (2013)

La cronaca della ritirata tedesca dal Bellunese l’ho ricostruita in parte con l’aiuto del link bellunoinbici.it – che offre visite guidate sui luoghi della lotta partigiana-, in parte basandomi sul resoconto di Harold William Tilman in „When Men & Mountains meet“. (2016)

A Tilman, nella stessa opera, si devono anche le descrizioni della vita quotidiana dei partigiani, dell’entrata degli alleati a Belluno e il giudizio complessivo sulla Resistenza.

Per la resa dei conti seguita alla Liberazione mi sono basata sul libro di Gian Paolo Pansa „Il sangue dei vinti: Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile.“ (2019)

Ringrazio la mia amica Gabriella De Rossi e mio marito Karl-Peter Schwarz per il lettorato, i consigli e per l’incoraggiamento, nonché il mio antico fidanzato Dino Manes per i proverbi napoletani.

3 Gedanken zu „Storia della mia famiglia in tempo di guerra

  1. Giorgia

    Complimenti Laura. Hai rievocato la storia italiana di quel periodo ma hai risvegliato in me durante la lettura anche il ricordo dei miei genitori e dei miei zii, i cui racconti avevano molte somiglianze con le vicende da te narrate.

    Liken

    Antwort

Kommentar verfassen

Trage deine Daten unten ein oder klicke ein Icon um dich einzuloggen:

WordPress.com-Logo

Du kommentierst mit Deinem WordPress.com-Konto. Abmelden /  Ändern )

Google Foto

Du kommentierst mit Deinem Google-Konto. Abmelden /  Ändern )

Twitter-Bild

Du kommentierst mit Deinem Twitter-Konto. Abmelden /  Ändern )

Facebook-Foto

Du kommentierst mit Deinem Facebook-Konto. Abmelden /  Ändern )

Verbinde mit %s